LO SQUILIBRIO DELL’INFORMAZIONE TRA NORD E SUD

Una nuova povertà
La Banca Mondiale ha recentemente ampliato la propria definizione di povertà, includendo anche i seguenti elementi: “senso di impotenza, mancanza di una voce, vulnerabilità e paura”.
È significativo l’inserimento del termine “mancanza di una voce”, che sintetizza in maniera lampante lo squilibrio esistente attualmente tra Nord e Sud del mondo in termini di produzione di informazione e di accesso alla stessa. Desta preoccupazione il fatto che, a una crescente e dominante affermazione delle tecnologie, e quindi del potere informativo, si stia contrapponendo un progressivo impoverimento delle capacità di “farsi ascoltare” da parte di diversi soggetti (paesi, popoli, comunità) meno dotati di mezzi. Per tutti costoro, si è coniato un neologismo, molto diffuso a livello internazionale: gli “infopoveri”.
L’immagine illustra i flussi di informazione attualmente esistenti nel mondo, indicando ovviamente con un colore più caldo le aree a maggiore intensità di scambio informativo: è più che evidente come non soltanto vi siano delle aree del mondo con scarsi flussi di informazione ma vi siano anche regioni (per esempio l’Africa sub sahariana) virtualmente inesistenti, se considerate sotto questa particolare angolatura.
Colonizzazione mediatica
L’esclusione di larga parte del Sud dai circuiti informativi è soltanto una parte del problema. In realtà, l’aspetto più preoccupante è il crescente predominio e la frequente manipolazione, da parte dei paesi più ricchi, dell’informazione proveniente dal Sud.
Il genere di notizie di provenienza dal Sud che trovano ospitalità nei nostri mass media sono generalmente quelle che le grandi centrali di comunicazione (le poche agenzie internazionali, i potenti network televisivi) decidono di trasmettere, secondo una scelta che rispecchia culture, interessi, gusti nostrani. Assistiamo di fatto a un flusso di notizie che apparentemente provengono dal Sud del mondo, ma in realtà sono indotte da chi le usa e modella secondo parametri estranei al Sud.
È significativo il caso delle agenzie di stampa, ovvero degli organi che hanno il compito di produrre e controllare le notizie all’origine: si tratta della fonte principale delle notizie che quotidianamente leggiamo o ascoltiamo.
Ebbene, oggi 300 società dominano il mercato dell’informazione e, di queste, 144 appartengono all’America del Nord, 80 all’Europa, 49 al Giappone e 27 al resto del mondo. Le quattro più grandi agenzie stampa del mondo gestiscono da sole l’80% del flusso di notizie: si tratta delle americane Associated Press e United Press International, della britannica Reuters e della francese France Press (è ormai marginale la Tass che, prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica, dominava l’Est europeo e alcuni paesi del terzo mondo).
La quasi totalità delle informazioni provenienti dal Sud del mondo passa attraverso queste grandi agenzie di stampa prima di raggiungere i nostri giornali e i nostri Tg. Lo spazio che esse dedicano ai PVS è stimato intorno al 10 - 30% delle notizie complessive. Mentre le grandi agenzie del Nord diffondono ogni giorno circa 30 milioni di parole, quelle del Sud non arrivano a 200 mila.
Alle agenzie che diffondono informazione scritta bisogna poi aggiungere:
- le banche dati e le agenzie che distribuiscono servizi video (Visnews, Cbs News, Wtn, Itn, Channel 9);
- un nuovo tipo di servizio, che consiste nella produzione di pacchetti di notizie televisive da immettere sui mercati internazionali;
- le agenzie fotografiche specializzate nell’attualità.
Infine, non sfugge all’Occidente nemmeno il controllo del mercato radiofonico internazionale, che si presenta però, come dimostra il successo e l’enorme diffusione delle radio comunitarie, come il campo più aperto e libero, più difficilmente omologabile. Per la maggior parte degli ascoltatori, infatti, la radio è un mezzo nazionale e soprattutto locale. Tra i più grandi servizi sostenuti dai governi si ricordano la “Voice of America”; la “Bbc World Service”; la “Deutsche Welle”.
In tutti gli altri settori considerati, gli Stati Uniti, seguiti dai maggiori paesi industrializzati, giocano la parte del leone. Gli USA sono i primi esportatori di informazione e di programmi nel mondo; ma non si deve dimenticare che sono americani anche i sistemi di controllo, il management, le norme di regolamentazione dei sistemi televisivi… Le conseguenze in campo culturale sono estremamente pesanti e, soprattutto, hanno un effetto trainante. Nel settore delle immagini, per esempio, tutti i mass media sono costretti a uniformarsi e a modellarsi sul genere di informazioni trasmesse dalle centrali televisive americane, che giocano sul tempo reale e sulla diretta. Ne abbiamo avuto un’eloquente testimonianza nel caso della crisi somala e delle guerre del Golfo.
La situazione che abbiamo sommariamente descritto prefigura un’inedita forma di sfruttamento, diversa da quelle tradizionali eppure non meno devastante. Alle risorse naturali e alle materie prime, si sono sostituite le informazioni che provengono dai PVS: in questo senso non è sbagliato parlare di colonizzazione mediatica.