VERSO UNA COMUNICAZIONE EQUA E SOSTENIBILE

LO SVILUPPO UMANO NELLA SOCIETÀ DELL'INFORMAZIONE

Italia

IL DIVARIO DIGITALE

 

Il divario digitale nel Sud1

Se dirigiamo la nostra attenzione verso lo scenario internazionale, il primo dato macroscopico con cui occorre confrontarsi è quello relativo al contesto e alle sue limitazioni, ciò che comunemente si chiama divario digitale (digital divide).

Il divario digitale si riferisce alla disparità di opportunità nell'accesso alle tecnologie e alle risorse dell’informazione e della comunicazione, in particolare a Internet. Per documentare tale disparità ci si serve normalmente di due fondamentali indicatori: il numero di navigatori Internet e il numero di host, ossia i computer connessi alla rete e dotati di un indirizzo IP. Non esiste una correlazione facilmente individuabile fra il numero di host e il numero di persone collegate alla Rete in ciascun paese: nei paesi del Sud del mondo una connessione Internet è di solito una risorsa preziosa, che viene utilizzata da un grande numero di persone, mentre nel Nord il numero di utenti per ciascun host è molto più basso2.

 

Paesi industrializzati

Paesi del Sud

TOTALE

Utenti Internet (migliaia)

405.725

81,4%

92.973

18,6%

498.698

100%

Numero di host (migliaia)

137.179

97,0%

4.203

3,0%

141.382

100%

Tab. 1 - Numero utenti e host in paesi ad alto e basso reddito (fonte: ITU, 2001)

Continente

Utenti

Host

Popolazione

Nord America

31,4%

77,2%

5,2%

Europa

29,0%

10,8%

13,2%

Asia

30,5%

7,3%

56,9%

America Latina

5,2%

2,4%

8,6%

Oceania

1,7%

1,9%

0,5%

Africa

1,1%

0,2%

10,8%

Medio Oriente

1,1%

0,2%

4,8%

TOTALE

100,0%

100,0%

100,0%

Tab. 2 – Distribuzione % di utenti e di host e confronto con la popolazione (fonte: ITU, 2001)

Nella tabella 1 si legge che l’81,4% dei navigatori Internet e addirittura il 97% degli host sono collocati nei paesi industrializzati, lasciando solo le briciole ai paesi del Sud. Se osserviamo, invece, la distribuzione geografica (tabella 2), scopriamo che Stati Uniti e Canada insieme (Nord America) assommano un terzo degli utenti di tutto il mondo e i tre quarti di tutti gli host, pur rappresentando solamente il 5% della popolazione mondiale; l’Africa sub-sahariana, per contro, possiede l’1,1% degli utenti Internet e lo 0,2% degli host, nonostante nel continente viva l’11% della popolazione mondiale: se potessimo disaggregare ulteriormente i dati, scopriremmo che ci sono più connessioni nella città di New York che in tutto il continente africano.

La “globalità” di Internet è molto relativa, sia che la consideriamo su scala planetaria sia che si analizzi ciascuna area geografica: all’interno di ciascuna di esse, infatti, sono presenti forti concentrazioni. Il 91% della Rete nel Nord America è negli Stati Uniti; l’85% degli utenti dell’Oceania si trovano in Australia; il Sud Africa rappresenta il 58% dell’Internet africana, mentre gli Emirati Arabi Uniti sono il 60% di quelli mediorientali. Soltanto in Europa nessun paese ha più del 25% del totale dei navigatori: ma anche nel nostro continente rimangono forti squilibri, dato che la sola Germania ha il 21% degli utenti e solo una percentuale minima si può riscontrare nell’Europa Orientale (dati ITU, 2001).

La grande maggioranza della popolazione del mondo è dunque ancora del tutto privata dell'accesso a Internet: si può pensare che siano state erette delle vere e proprie barriere digitali che escludono il Sud del mondo dall'accesso a questa preziosa risorsa.

 

Il dibattito internazionale

Da alcuni anni il tema è al centro di tanti dibattiti internazionali, mentre alcuni articoli ad esso attinenti stanno cominciando ad apparire anche sulla stampa meno specializzata. Se ne parla nei grandi vertici internazionali, nei consessi che riuniscono i rappresentanti dei governi oppure le aziende informatiche; anche le organizzazioni non governative si stanno gradualmente impadronendo del tema. Colmare il «fossato digitale» o sanare la «frattura numerica», non importa quale sia lo slogan, sembra ormai diventato una autentica priorità internazionale.

Nel gennaio del 2000, in occasione del Forum Economico Mondiale tenuto nella città svizzera di Davos, venne per la prima volta lanciata l’idea di istituire una commissione di studio sul problema del digital divide. Il vertice, punto di incontro dei grandi imprenditori internazionali e dei governi, arrivò addirittura a ipotizzare un «Piano Marshall digitale» da attuarsi su scala planetaria. Poi, nel luglio del 2000, durante l’incontro dei G8 a Okinawa, in Giappone, venne istituita la cosiddetta «Dot Force» (Digital Opportunity Task Force), con il compito di studiare possibili iniziative. Inoltre, durante il vertice, venne promulgata la «Carta sulla Società Globale dell’Informazione», la cosiddetta «Carta di Okinawa», il primo tentativo di inquadrare il problema del digital divide in un contesto normativo.

Quasi contemporaneamente a queste iniziative, nella primavera del 2000, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituiva un gruppo di lavoro che, poco più tardi, su sollecitazione del segretario generale Kofi Annan, dava vita alla «UN ICT Task Force» (United Nations Information and Communication Technology Task Force): questa volta non si trattava di un puro e semplice gruppo di riflessione o di consulenza, bensì di una vera e propria struttura operativa tesa all’intervento. A questo gruppo partecipano sia i rappresentanti del privato, essenzialmente le industrie high tech, sia i rappresentanti pubblici, cioè governi e organizzazioni internazionali, sia il settore della solidarietà, ossia ONG e fondazioni benefiche: è la prima volta che si verifica un’alleanza tanto estesa, il che fa pensare che lo sforzo prodotto sul problema del digital divide sia davvero serio e imponente.

Questo, di primo acchito, può stupire, dal momento che, per molto tempo, l’approccio verso il mondo dell’informatica è stato contraddistinto dalla tranquillità, mai dall’impellenza. Ma poi, a ben guardare, ci accorgiamo che l’accento è sempre posto sul termine «opportunità», all’insegna del consueto ottimismo. Dopo aver mancato la gran parte degli obiettivi di sviluppo fissati nei vertici internazionali e relativi all’alimentazione, alla sanità e all’istruzione, oggi il mondo internazionale appare ricompattato e sembra avere raggiunto un profondo consenso in relazione a una nuova frontiera dello sviluppo: le tecnologie digitali.

Possiamo chiederci quanta consapevolezza vi sia, da parte degli operatori internazionali, della complessità dei temi che si sono incaricati di affrontare. Ancora una volta sembra prevalere la visione delle telecomunicazioni come nuova lampada di Aladino, capace di grandi trasformazioni economiche e sociali con poco sforzo. Il mondo delle reti telematiche, e lo spazio elettronico che esse generano, il cosiddetto cyberspazio, non sono più, sempre che lo siano mai stati, una dimensione appartata, lontana dalle dinamiche della vita sociale, politica ed economica. Essi, invece, riflettono in pieno i valori, i problemi e le urgenze che si riscontrano nel mondo «reale». Da tempo gli studiosi dello sviluppo hanno reagito alle profonde ingiustizie mondiali proponendo modelli di sviluppo sostenibile: è giunto il momento di riconoscere nel cyberspazio le stesse strutture inique e di prospettare modelli alternativi.

Nel seguito, tenteremo di delineare proprio le principali barriere digitali3. È importante sottolineare che tali barriere non si sono prodotte per caso, ma sono il frutto di precise scelte operate nei campi più svariati: politico, economico, culturale e, solo in ultima analisi, tecnologico.


 

Le barriere fondamentali: analfabetismo e risorse energetiche

Molti saranno forse sorpresi nell’apprendere che il primo grande ostacolo per l’accesso alle tecnologie dell’informazione non ha nulla a che vedere con la tecnologia: si tratta dell’analfabetismo, che colpisce la quasi totalità delle persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, privandole degli strumenti linguistici per scrivere, leggere e comunicare le proprie esperienze.
Il secondo ostacolo è rappresentato dalla distribuzione delle risorse energetiche. Nel mondo ci sono più di due miliardi di persone che non possono accedere all'energia elettrica e altrettante che la possono utilizzare solo sporadicamente. Anche per queste persone, come è ovvio, le "autostrade dell'informazione" risultano inaccessibili.

 

Le barriere infrastrutturali

Il fatto di possedere un’istruzione di base e di trovarsi vicino a una presa di corrente non è però sufficiente per "entrare in rete": sono necessarie anche delle adeguate infrastrutture telefoniche e almeno un computer. Anche per quanto riguarda tali indicatori, le disuguaglianze sono evidenti. Per dirla con una celebra battuta dell’attuale presidente del Sudafrica: “la metà della popolazione mondiale non ha ancora fatto la prima telefonata”.
Molti sono ingenuamente convinti che queste siano le uniche barriere rilevanti. Anche le organizzazioni internazionali si servono abitualmente del termine e-readiness (prontezza digitale) per alludere alla dotazione infrastrutturale di un paese, intendendo implicitamente che, una volta recuperati i ritardi infrastrutturali, un paese possa dirsi “pronto” a fare il suo ingresso nel mondo digitale.

 

La barriera dei costi

In Italia, perlomeno da qualche anno, non si pensa più al costo dell’accesso a Internet come a una barriera; tuttavia, nel Sud del mondo, la bassa densità di utenti non consente di sfruttare, come al Nord, collegamenti specializzati a costi forfetari e rende assai costosa una connessione Internet. Questo, aggiunto ai costi per gli spazi web su cui ospitare le pagine ipertestuali, ai costi delle periferiche e ai tassi delle tariffe doganali sui prodotti delle tecnologie dell’informazione, costituisce una grave forma di emarginazione dalle strutture di comunicazione.

 

Le barriere economiche

Oggi il settore delle telecomunicazioni nei paesi del Sud del mondo si trova stretto in una morsa. Da una parte c’è il settore pubblico, che procede arrancando. Dall’altra parte ci sono invece le imprese, assetate di nuovi profitti. I paesi in via di sviluppo costituiscono, in questo momento, il più grande mercato per l’investimento in telecomunicazioni e di certo quello che sta crescendo in maniera più vistosa. Da qualche tempo, in risposta a queste spinte, è stato avviato un brutale processo di liberalizzazione, che ha portato a cospicui investimenti nelle aree più redditizie del Sud (i centri urbani e la clientela più ricca) e ha progressivamente emarginato le aree rurali e le popolazioni più povere.

 

La barriera dei contenuti

I paesi poveri, nonostante i massicci tentativi di creare punti di accesso all'informazione (“edicole multimediali”, "Internet caffè", etc…) continuano a rimanere consumatori passivi di informazioni provenienti dal Nord del mondo. Anche il fattore linguistico accentua questa frattura, dal momento che più dell'80% delle pagine Web sono in inglese, contro il 10% o meno della popolazione globale che parla l’inglese come lingua madre.

 

La barriera della regolamentazione

Forse non tutti sanno che il Patto Internazionale delle Nazioni Unite relativo ai diritti civili e politici possiede un articolo, l'art. 19, che enuncia un vero e proprio diritto a comunicare. Tale diritto resta largamente disatteso e l’ostacolo più appariscente è rappresentato dalle restrizioni e dalle censure che sono state imposte da diversi stati. L'organizzazione Reporters sans frontières ha elaborato una lista di venti paesi dichiarati “nemici di Internet”. Essi si sono macchiati di gravi violazioni, per esempio stabilendo un monopolio di Stato sulla fornitura di accesso alla rete, controllando i provider privati, filtrando siti Web ospitati da server stranieri, violando la confidenzialità degli scambi privati su Internet, infine lanciando procedimenti penali contro utenti della rete.

Tuttavia, il grado di apertura di Internet si misura anche in base alle istituzioni che la governano: ICANN, per esempio, massimo organo legiferante in materia di domini Internet, è un'istituzione chiusa, che manca di trasparenza e di democraticità e non rappresenta a sufficienza il Sud del mondo. 

 

La barriera degli standard

Un altro tipo di barriera per l'accesso all'informazione è la frenetica rincorsa a standard sempre più sofisticati, che rende inutilizzabili hardware e software anche pochi mesi dopo l’acquisto ed emargina gli utenti più poveri. La chiave per introdurre finalmente nella nostra mentalità anche l’idea del riciclaggio delle risorse informatiche e dei programmi non sta nell’arresto del processo di sviluppo della tecnologia, ma in uno sviluppo tecnologico “aperto”, che permetta di includere anziché escludere, mantenendo il vecchio ogni volta che si aggiunge del nuovo. Gli esperti parlano di compatibilità all'indietro, intendendo che lo sviluppo dovrebbe appoggiarsi su tecnologie interoperabili e su norme e standard aperti. È stato dimostrato ampiamente quanto il software libero, per esempio, possa essere vantaggioso per stimolare l'economia di molti paesi del Sud del mondo.

A livello internazionale, la consapevolezza di tali complesse questioni appare irrisoria. Da qualche tempo, nei dibattiti pubblici e nel recente Vertice Mondiale sulla Società dell'Informazione, la cosiddetta banda larga viene insistentemente proposta come soluzione al divario digitale. Si tratta, sostanzialmente, di porre in opera reti di grande capacità, che possano convogliare flussi di dati sempre più cospicui. Ricordiamo che nel corso del 2000, per la prima volta, il traffico totale delle comunicazioni Internet del mondo ha raggiunto e superato il traffico dovuto alle chiamate telefoniche. Molti rapporti internazionali citano ormai la banda larga come l’unica risposta efficace per portare la connettività al mondo escluso dalla società dell’informazione.

Da quanto detto finora, però, si può capire che i problemi sono molto diversi: non si tratta di moltiplicare le tecnologie o la potenza tecnologica, ma di risolvere problemi fondamentali, che hanno meno a che vedere con l'informatica e molto di più con la politica, l'economia e la cultura.

 


1 Tratto da: G. Schiesaro - Formazione online e mondialità, pp. 275 – 278, all’interno di: Davide Parmigiani (a cura di) - Tecnologie per la didattica, Franco Angeli Editore, Milano, 2004.

2 Inoltre, l’appartenenza a un paese dipende da dove è registrata la proprietà del dominio e non dalla collocazione fisica del server. Per esempio accade che alcuni operatori, anche in Italia, usino domini “americani” (classificati come .com o .org o .net). Tuttavia questo fenomeno non ha dimensioni tali da modificare in modo rilevante il significato dei dati e i termini di confronto fra i diversi paesi: dunque il numero degli host, insieme a quello degli utenti Internet, è un indice rilevante del livello di utilizzo.

3 Per un'analisi dettagliata delle barriere digitali, si veda G. Schiesaro – La sindrome del computer arrugginito, SEI 2003, in particolare i capitoli 5, 6, 7, 8, 9.

Jóvenes del Tercer Mundo

Jugend Eine Welt

Edulife

Südwind Agentur

VIS - Volontariato Internazionale per lo Sviluppo

THE PROJECT HAS
RECEIVED FUNDING
FROM THE EUROPEAN
UNION