VERSO UNA COMUNICAZIONE EQUA E SOSTENIBILE

LO SVILUPPO UMANO NELLA SOCIETÀ DELL'INFORMAZIONE

Italia

GIORNALISTI DI GUERRA

 

I "giornalisti di guerra" sono i testimoni di eventi terribili, che nessuno vorrebbe vedere ma che tutti dovrebbero conoscere: ci sono circostanze in cui la professione del giornalista, proprio per i sacrifici che le vengono imposti, raggiunge il più alto valore sociale.

Oggi la guerra combattuta dagli eserciti è sempre più condizionata dall’opinione pubblica e dalle "armi mediatiche": volenti o nolenti, i giornalisti diventano parte attiva di un conflitto e, inevitabilmente, anche obiettivo militare. Il loro essere testimoni scomodi di eventi storici li addita come minaccia più temibile del nemico, poiché vittime non silenziose, civili inermi come gli altri, ma capaci di gridare al mondo l’ingiustizia di una guerra, la sofferenza di un popolo, la crudeltà di un invasore.

 

Professione bersaglio1

Negli ultimi 13 anni più di 1.200 giornalisti e operatori dei media hanno trovato la morte mentre svolgevano il loro lavoro. Perché qualcuno non tollerava quello che scrivevano o raccontavano a voce, perché indagavano su vicende su cui non avrebbero dovuto indagare, perché c'era sempre qualcuno cui non piaceva il loro mestiere, o semplicemente perché si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ogni professione ha i propri rischi e i giornalisti, il cui compito è portare allo scoperto ciò che qualcun altro vuole nascondere, corrono a volte quelli maggiori.

Ma i rischi a cui si è arrivati oggi sono intollerabilmente alti. In alcune parti, del mondo vessazioni, minacce e violenze di ogni genere sono ormai parte inevitabile del lavoro del giornalista. Essere inviati nelle zone di conflitti o guerre civili significa trovarsi esposti a pericoli tali da poter perdere la vita. A questo punto ci si chiede: non è forse troppo alto il prezzo del resoconto di un conflitto?

Queste morti violente, tuttavia, non ci raccontano l'intera verità, perché i dati ufficiali considerano solo coloro che sono stati uccisi nel corso di conflitti, o coloro che hanno subito altre forme di bersagliamento. In questo modo si registrano le morti verificatesi durante un incarico rischioso, ma non si dà conto dei giornalisti che hanno perso la vita, per esempio, in incidenti stradali, o nel tentativo di "raccogliere" una storia il prima possibile, o divorati dalla stanchezza per aver lavorato oltre il limite della sopportazione. Non si dà conto neppure di coloro che sono sopravvissuti ad una brutta esperienza, ma che sono rimasti così provati fisicamente e mentalmente da non riuscire a tutti gli effetti a lavorare come in precedenza. L’effetto degli attacchi contro i giornalisti è agghiacciante. Significa vedere minata profondamente la loro abilità di indagare e riportare i fatti o privare la gente del diritto di sapere quello che accade. Qualche volta è proprio questo l'obiettivo.

La violenza sui giornalisti spesso è una deliberata mossa politica di personaggi che truffano, rapinano e usano la forza nei confronti della collettività; una mossa che consente loro di evitare di esporsi e di rimanere nell'ombra. Le morti di corrispondenti internazionali come Daniel Pearl, reporter del Wall Street Journal ucciso in Pakistan nel 2002, di Raffaele Ciriello, fotografo italiano colpito dal fuoco nel marzo 2002, così come di Kurt Schork e di Miguel Gil Moreno, uccisi in Sierra Leone nel maggio 2000, sono diventate esse stesse notizie.

Comunque è importante ricordare che, dei 1192 giornalisti uccisi dal 1990, oltre il 90% era nato e cresciuto nella stessa terra dove ha trovato la morte. I corrispondenti stranieri sono le vittime di alto profilo, ma la maggioranza è costituita da professionisti del luogo. Quando è vittima un giornalista che lavora nella propria comunità, la notizia che lo riguarda ha poca risonanza altrove. I giornalisti del luogo in realtà sono esposti a rischi maggiori, perché continuano a vivere nelle stesse zone da cui inviano le notizie. Quando un caso può dirsi chiuso, loro non possono salire su di un aereo e volare via. Essi solitamente si trovano in una situazione di svantaggio rispetto a coloro che arrivano ad una certa destinazione dall'estero; sono persone corrispondenti locali, fotografi, teleoperatori ‑ con poco o nessun supporto per loro stessi o le loro la famiglie, nel caso che qualcosa vada storto.
Non hanno assicurazione o equipaggiamento o il supporto di cui godono i corrispondenti internazionali che lavorano per i grandi networks, ed è poco probabile che siano inviati ad un corso di addestramento. Alcuni gruppi internazionali offrono lavoro ai giornalisti locali, tuttavia non offrono loro lo stesso livello di protezione che garantiscono al proprio staff. Si tratta di esigenze sentite in particolare dai "freelance", molti dei quali dipendono da una testata o un canale televisivo, ma non hanno diritto ad alcuna delle protezioni offerte ai membri di staff.

Comunque i giornalisti e tutti gli operatori possono fare molto per loro stessi e per i colleghi, allo scopo di innalzare il livello di sicurezza e ridurre i rischi. Chi si trova ad affrontare un incarico pericoloso può "stare in guardia " non solo per sé, ma anche per gli altri, se pur si tratta di "rivali" che lavorano per altri media. Inoltre, per un giornalista, è essenziale capire le conseguenze che possono avere su di sé e i suoi colleghi ‑ con l'inasprimento dei rapporti con istituzioni e gruppi locali - le notizie gridate e modesti standard di copertura dei fatti. Tuttavia, chi bersaglia i media ricorrendo alla violenza non distingue tra buoni e cattivi giornalisti, attacca chi riesce a raggiungere. Tutti i giornalisti hanno come scopo naturale una copertura mediatica di alto profilo e obiettiva, ma questo non è sufficiente a garantire la sicurezza.

 

L'importanza della sicurezza2

Un buon giornalista oggi dovrebbe coltivare la cultura della sicurezza così come sviluppa l’abilità nell’intervistare e nel fare indagini. Sicurezza vuol dire guardare avanti, essere preparati, osservare quello che accade e riflettere sul significato. Un buon guidatore, interpreta la strada; un guidatore che sa correre sa leggere il tachimetro.

Il lavoro del giornalista è raccontare una storia, non diventare lui stesso la storia. Un giornalista che metta inutilmente a rischio la propria vita agisce in modo non professionale; un modo che alla fine potrebbe impedire che una storia venga raccontata o che una foto venga vista. Alcuni corrispondenti, fotografi, cameramen che lavorano nelle zone di guerra abbracciano la cultura dell’esibizionismo competitivo e sviluppano l'impulso al pericolo. Ma un buon giornalista significa anche offrire affidabilità, non raggiungere un alto livello di adrenalina. In ogni caso i giornalisti che seguono il principio “morte o gloria” di solito puntano alla gloria più che alla morte, e difficilmente pensano ad una seria ferita che possa porre fine alle loro carriere. Intanto, i giornalisti incauti mettono in pericolo la vita di montatori, autisti, interpreti che fanno il possibile per consentire loro di lavorare. E a volte si può rischiare la vita per niente. Avvicinarsi il più possibile al teatro di una vicenda non significa sempre poter riportare al meglio un fatto o fare una ripresa più avvincente. Esiste una vicenda o una fotografia per cui valga la pena di morire?

Anche le migliori storie e le migliori foto hanno un valore solo quando possono essere lette o osservate. Per di più, un giornalista che viene ucciso o ferito non può registrare un avvenimento o stampare una foto. E un giornalista in vita è infinitamente più “efficace” di uno morto. Se nessuno può rendere questa professione immune da ogni pericolo, i giornalisti possono fare molto per prevenire le situazioni di pericolo, ridurre i rischi e portare a termine incarichi delicati in sicurezza. I giornalisti hanno una responsabilità individuale nel prevedere e ridurre i pericoli, e una responsabilità collettiva, attraverso le loro organizzazioni professionali e i sindacati, nel sensibilizzare verso condizioni lavorative più sicure. Tutti coloro che gravitano intorno ai media hanno nel loro ruolo il dovere di ridurre un tasso inaccettabile di persone morte e ferite.

Negli anni, la consapevolezza che sia necessaria una protezione più ampia è andata crescendo ma, a far la differenza rispetto al passato, sono state una serie di tragiche morti di giornalisti e operatori dei media (vedi 3.2.1) che hanno segnato la storia dei media e ne hanno scosso le coscienze.

Come reazione, infatti, le principali agenzie di stampa e testate internazionali – BBC, Associated Press, CNN, ecc - hanno fissato elevati standard di tutela pei i propri giornalisti; le organizzazioni professionali, le associazioni e i sindacati hanno promosso campagne di solidarietà. A livello internazionale, soprattutto, si sono intraprese azioni nuove da parte di diverse associazioni internazionali di media e giornalisti, come quelle portate avanti da IFJ (International Federation of Journalists), la più grande organizzazione di giornalisti nel mondo.

 


1 Il testo che segue è tratto da: Informazione senza frontiere per conto di Osservatorio sulla libertà di informazione in collaborazione con FNSI, “Live – News: Guida alla sicurezza dei giornalisti (Titolo originario: Peter McIntyre, Live News: a survival guide for jornalists, International Federation of Journalists - IFJ), Novembre 2003.

2 Il testo che segue è tratto da: Informazione senza frontiere per conto di Osservatorio sulla libertà di informazione in collaborazione con FNSI, “Live – News: Guida alla sicurezza dei giornalisti (Titolo originario: Peter McIntyre, Live News: a survival guide for jornalists, International Federation of Journalists - IFJ), Novembre 2003

Jóvenes del Tercer Mundo

Jugend Eine Welt

Edulife

Südwind Agentur

VIS - Volontariato Internazionale per lo Sviluppo

THE PROJECT HAS
RECEIVED FUNDING
FROM THE EUROPEAN
UNION