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LO SVILUPPO UMANO NELLA SOCIETÀ DELL'INFORMAZIONE

Italia

EMERGENZE UMANITARIE E MASS MEDIA

 

L’intreccio tra emergenze umanitarie e mass media, oggi sotto gli occhi di tutti a causa di molteplici situazioni di crisi, presenta più zone d’ombra che di luce. Colpevole di ciò è l’impostazione del sistema mass mediatico, che ha portato alla mercificazione del dolore e al “fund raising umanitario” su larga scala. Vi sono zone del mondo, in particolare, che attirano l’attenzione solo quando sono teatro di catastrofi, altre che emergono solo in base alle esigenze dettate dalla politica estera in un dato momento.
Che si tratti dell’Afghanistan o dell’Iraq o della Bosnia poco importa: la parola d’ordine, quando si tratta di narrare crisi umanitarie, è “decontestualizzare” la notizia per fare informazione.

 

La decontestualizzazione nella strutturazione di una notizia1

Perché l'informazione di una notizia sia pienamente comprensibile dovrebbe rispondere, nella misura del possibile, a sei domande di base: cosa, chi, come, quando, dove, perché.

Le risposte (normalmente in quest'ordine) dovrebbero essere all'intemo dell'articolo man mano che la notizia viene raccontata, ma di solito i media non prestano a tutte la stessa attenzione: qualcuna viene approfondita, altre completamente ignorate.
Questa gerarchizzazione delle domande, finalizzata a privilegiare l'informazione che i media considerano più importante, viene determinata da ciò che nel vocabolario giornalistico è conosciuto come la "piramide capovolta", che è la forma classica di redazione di una notizia, quella che s'insegna nelle facoltà e nelle scuole di giornalismo. La "piramide capovolta" struttura l'informazione in questo modo: titolo e sommario (riassunto in grassetto); fatto centrale della notizia; antefatti e conseguenze (la contestualizzazione); una serie di dati aggiuntivi per allargare il tema e la sua relazione con altri fatti.

Secondo questo schema, la componente meno rilevante per i media è il contesto (il perché) nel quale avviene il fatto e la sua relazione con altri fatti, che, seguendo la "piramide capovolta", vengono lasciati per ultimi. In un quotidiano c'è sempre una grandissima quantità di notizie. La maggioranza dei lettori si limita di solito a leggere i titoli ed i sommari, e quindi quello cui viene dato più risalto è il cosa ed il chi. Il fatto viene riportato isolandolo, tenendolo fuori da ogni contesto, svincolandolo da altre realtà simili, perché si sa bene che saranno pochi i lettori che arriveranno alla fine dell'articolo (a meno che non si tratti di persone particolarmente interessate). La conseguenza è che il contesto e gli altri dati raffrontabili sono condannati a passare inosservati.
D'altro canto, quando il capo redattore ha problemi di spazio perché deve far entrare in pagina troppe notizie, i pezzi vengono tagliati cominciando sempre dalla fine, e le prime cose a sparire sono proprio il legame con altri fatti e la contestualizzazione. Questo modo di lavorare, che accomuna un po' tutte le redazioni giornalistiche, emargina e sacrifica proprio gli elementi che permettono di approfondire la realtà: la causa ed il contesto del fatto, i legami con altri avvenimenti e campi della realtà, eccetera. Ne deriva una strutturazione ed una trattazione delle notizie che rende difficile una comprensione piena. Per le stesse ragioni si tende a dare un risalto esagerato alle cose più semplici: il perché (e quindi l'avvenimento isolato) ed il chi (personalizzando eccessivamente molti avvenimenti, creando personaggi). Questo succede spessissimo con tutto quello che riguarda i conflitti ed i movimenti sociali.

Anche quando l'articolo risponde alle sei domande, il perché viene sempre spiegato in base alle ragioni più immediate, quelle che poi, nella realtà, sono secondarie, senza che il lettore riesca a capire l'origine del fatto.
La realtà è molto complessa ed è difficile che i fatti avvengano casualmente. La stampa li presenta quasi sempre come fatti indipendenti, non legati ad altre questioni e ad altri aspetti della realtà, che ne sono invece spesso la causa e l'origine. Il contesto di una notizia, quello passato e quello presente, è fondamentale per una comprensione ed un'analisi reale. Solo così è possibile valutare seriamente un avvenimento e formarsene un'opinione. Ma quando al letto re mancano gli elementi di base di un fatto, è assai difficile che riesca a farsene un'opinione. Ragion per cui al giornale risulta più facile imporre la sua.

La decontestualizzazione può essere di due tipi:

  • Decontestualizzazione storica: e cioè l'omissione di precedenti politici, economici, sociali ed internazionali che permettano di analizzare e comprendere i fatti e le situazioni attuali.
  • Notizie‑puzzle: e cioè la dispersione e la frammentazione delle cause/effetto di un fatto che ne impediscono, o quanto meno ne complicano, la visione d'insieme e le possibili conseguenze. La frammentazione può essere fatta sia nel tempo, per esempio con la pubblicazione in giorni diversi, che nello spazio, distribuendo nelle varie sezioni del giornale gli aspetti economici, sociali, internazionali, svincolando l'avvenimento dal contesto attuale. 

 

La decontestualizzazione come cattivo giornalismo2

Qual è il rapporto tra cronaca e storia, tra giornalista e storico? Non accade talvolta di fare lo stesso mestiere?

“R. Kapuściński rispose: “Io sono laureato in storia, e fare lo storico è il mio lavoro. Mentre stavo completando il mio iter scolastico, mi trovai a dover scegliere tra il continuare i miei studi storici per diventare un professore di storia, un accademico, e lo studiare la storia nel suo farsi, che è il giornalismo. Ho scelto questa seconda strada. Ogni giornalista è uno storico. Ciò che egli fa è ricercare, esplorare, descrivere la storia nel suo farsi. Avere un sapere e un intuito da storico è una qualità fondamentale per ogni giornalista. Il buono e il cattivo giornalismo si distinguono facilmente: nel buon giornalismo, oltre alla descrizione di un evento avete anche la spiegazione del perché è accaduto; nel cattivo giornalismo c'è invece la sola descrizione, senza alcuna connessione o riferimento al contesto storico. C'è il resoconto del puro fatto, ma non ne conosciamo né le cause né i precedenti. La storia risponde semplicemente alla domanda: perché?
Nella nostra professione è fondamentale avere molta attenzione per il lettore (o telespettatore) a cui ci rivolgiamo. Noi conosciamo di un fatto molte più cose di lui, che anzi di solito non ne sa assolutamente nulla. Dobbiamo allora avere molto equilibrio. Dobbiamo introdurlo alla comprensione dell'evento, dicendogli cosa è avvenuto prima, narrandogliene la storia”.

 

I limiti dell’informazione trasmessa3

È facile evidenziare i limiti della televisione riguardo al modo in cui essa distribuisce informazione. E tuttavia il fatto che si possa anche semplicemente essere al corrente, in tempo quasi reale, dell’assedio di Sarajevo, del genocidio in Ruanda o dell’esodo di massa dall'Afghanistan, non è solo un fenomeno recente ma anche molto potente.
Già nel 1899, infatti, Gustave Moynier, presidente della Croce Rossa, scriveva: «Ora sappiamo ciò che avviene ogni giorno in tutto il mondo è come se le descrizioni fornite dagli inviati dei quotidiani mettessero sotto gli occhi dei lettori [dei giornali] i feriti che agonizzano sui campi di battaglia, facendone risuonare le grida nelle loro orecchie ... ».

In realtà, prima degli anni sessanta, nessuno vedeva quelle immagini o leggeva quelle descrizioni se non molto dopo che erano effettivamente avvenute. Eppure, se Moynier, che scriveva al culmine dell'ottimismo europeo, non avrebbe certo potuto immaginare che il ventesimo secolo sarebbe diventato l'epoca della guerra totale, la sua intuizione di seguace di McLuhan ante litteram non era sbagliata. Solo che ci sarebbero voluti altri settantacinque anni per capirlo. Nel maggio del 1945, insomma, non si poteva accendere la televisione, sintonizzarsi sulla BBC e tro­varsi di fronte un inviato che diceva: «Qui John Smith, BBC News, Auschwitz, territorio, polacco liberato», per non parlare dello stesso inviato che, uno o due anni prima, faceva un servizio "in diretta" dal campo di concentramento, mentre gli ebrei venivano assassinati a milioni.
Quest’aspetto va assolutamente sottolineato: l’interconnessione che noi tutti diamo ormai per scontato significa che i termini fondamentali dell'informazione si sono trasformati. E questo è un esempio di come la natura rivoluzionaria della globalizzazione sia una real­tà, non una montatura.

Significa, però, che esiste la possibilità di preoccuparsi, come non c’era prima, se non altro perché, si assiste agli eventi in tempo reale, e non quando oramai è troppo tardi per fare qualcosa. Non è necessario avere una visione semplicistica della stampa o, anzi, del mondo, per capire che si tratta di un importante passo avanti. Ma quanto avanti? Che peso ha, nella realtà, il messaggio che esista un imperativo morale, ovvero che quando le persone soffrono, anche se sono degli estranei, è un obbligo per tutti, in quanto appartenenti alla collettività venire loro in soccorso.

Ma cos'è che vediamo realmente? Perché una cosa è sedersi, accendere la televisione ed evocare íl mondo a comando ‑ dal golf al genocidio in mezz'ora di notiziario ‑ un'altra cosa è anche solo cominciare a fare i conti con ciò che si vede. Le immagini sono stra­zianti, certo, ma in genere sono anche sideralmente. lontane, come le parole degli inviati che le raccontano. E a meno che quelle immagini non vengano ripetute senza sosta, come nel caso della Bosnia, dell’ Afghanistan è quasi impossibile ricordarle. Dunque come è possibile ricordare e capire veramente?

Il problema è in parte strutturale. I notiziari televisivi non solo hanno a disposizione un tempo molto limitato per trasmettere le notizie che sembrano più pressanti, ma non hanno assolutamente tempo per tra­smettere notizie di crisi umanitarie che potrebbero diventarlo in futu­ro. Persino nei migliori quotidiani, simili notizie sono in genere na­scoste da qualche parte nelle pagine interne. I giornalisti si occupano di situazioni chehanno raggiunto il punto di ebollizione, e hanno ra­ramente tempo di seguire la Birmania e il Burundi, l'Angola e l'Af­ghanistan prima che esplodano. Quando in uno di quei paesi accade qualcosa di veramente atroce, in realtà il giornalista deve cercare, in un tempo che varia tra i novanta secondi e i tre mi­nuti, di fornire la storia del paese, le ragioni della catastrofe nonché la specifica notizia che sta trattando ad uno spettatore che, con tutta probabilità, sente tutti quei nomi, luoghi e date per la prima volta.

La cosa sorprendente, a pensarci bene, non è che la gente capisca così poco, ma che riesca a capire qualcosa.
I detrattori della carta stampata ‑ in realtà i detrattori dell'Occidente in senso lato ‑ tendono a dimenticarlo. E in un certo senso pensano che la geografia della Bosnia centrale o la natura delle differenze etniche nel Ruanda coloniale siano dati facilmente padroneggiabili.

Michael Ignatieff aveva ragione a scrivere che le immagini televisive di catastrofi umanitarie e guerre hanno contribuito ad «abbattere le barriere di cittadinanza, religione, razza, e geografia che una volta dividevano il nostro spazio etico tra quelli nei confronti dei quali ci sentivamo responsabili e quelli che si trovavano al di fuori della nostra capacità di comprensione». Fino agli anni trenta, solamente i missionari, occu­pati a salvare anime, o i comunisti, intenti a fomentare la rivoluzione, agivano sulla base di un sistema di valori ispirato alla solidarietà uni­versale. Oggi, simili nozioni sono effettivamente diventate universali.

In tutti i sensi, queste tragedie avvengono a distanze troppo grandi. Dalla natura e dall'ambiente urbano poco familiari, ai nomi impronunciabili della gente, tanto dei signori della guerra quanto dei profughi, non c'è modo, insomma, per lo spettatore di orientarsi se non nel mondo rarefatto della partecipazione etica. Non si esagera nell'affermare che, nel corso degli ultimi trentacinque anni, più o meno a partire dalla crisi in Biafra del 1967, questo particolare risveglio delle coscienze, o solidarietà che dir si voglia, questa «rivoluzione della partecipazione etica» si è prodotta, letteralmente, in milioni di case in tutti i paesi ricchi e continua tuttora a prodursi.

Questo è sicuramente l’aspetto positivo del fenomeno. Che, però, reca in sé un problema. Là dove i sostenitori della rivoluzione della partecipazione etica sbagliano è infatti nel presupporre che la simpatia possa tradursi in comprensione. Di fronte ad un bambino che muore di fame o ad una donna incinta costretta ad abbandonare la propria casa, può sembrare insensibile, quasi disumano, sollevare questioni politiche o cercare di contestualizzare il disastro dilungandosi sugli eventi che l'hanno provocato. Ma non farlo presenta numerosi rischi da un punto di vista etico. Il primo è quello della simpatia malriposta o, per dirla in altro modo, della simpatia che finisce per distorcere la compren- sione. L’emergenza profughi all'indomani del genocidio ruandese del 1994 presentava il medesimo dilemma etico. Fra i quasi due milioni di persone che fuggivano in Congo è probabile che gran parte dei capi famiglia tra i profughi in fuga fosse responsabile di uccisioni di massa. Anche se a pochi piace il paragone con le vicende naziste, è come se ducentomila soldati delle SS avessero portato le proprie famiglie fuori dall’Europa nazista, caduta ormai nelle mani degli alleati.

I loro bisogni di tipo umanitario, assolutamente concreti, erano in buona sostanza ciò che attirava l'attenzione dei media occidentali e dunque dei governi occidentali che organizzarono l'intervento umanitario in Congo orientale. Ed è in questo che la distorsione operata dai media nel trattare le vicende umanitarie sin dai tempi del Biafra alla fine degli anni sessanta costituiva un ottima garanzia perché si fraintendesse quanto stava accadendo. I giornalisti occidentali fruitori di notizie occidentali e i loro governi non vedevano che vittime innocenti. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Nella tipica vicenda umanitaria, almeno del genere spacciato dai vari Philip Johnston del mondo dell'aiuto, le vittime sono sempre innocenti e meritano sempre la simpatia anche se questo si­gnifica uccidere in nome di quella protezione.

La maggior parte dei funzionari umanitari presenti nel Congo orientale, per esempio, si attenevano alle favole di vittime innocenti intrappolate in una guerra e in una emergenza profughi di cui non erano assolutamente responsabili. La distorsione era e resta, interamente comprensibile in termini strategici (da questo punto di vista, ben poco è cambiato nel mondo degli interventi umanitari dal tempo del genocidio in Ruanda). Ma se gli attivisti umanitari avessero detto la verità sul Ruanda, o sulla Bosnia, se fossero venuti allo scoperto e avessero riferito pubblicamente ai propri finanziatori e, tramite i media, all'opinione pubblica, che quelli erano posti dove tra le vittime non c'era soltanto «donne e bambini innocenti», per usare la semplice, abusa espressione sessista, ma spesso anche degli assassini ‑ anche tra donne, specie in Ruanda -, è immaginabile che l’opinione pubblica avrebbe continuato ad interessarsi? E’ decisamente poco probabile.
Come affermò Jean – francois Vidal, uno dei funzionari di spicco dell'organizzazione francese Action contre la Faim (ACF) « solo la compassione si vende bene. E’ la base del finanziamento del le organizzazioni umanitarie. Sembra proprio che non se ne possa fare meno».

Si è scritto molto sulla "trappola umanitaria". Con questa espressione si intende in genere il problema degli aiuti che prolungano le guerre, o che forniscono alle grandi potenze una scusa per intervenire o per non intervenire. Ma la prima e più grande trappola umanitaria sta nella necessità di semplificare, se non addirittura di mentire, riguardo alla reale situazione delle zone di crisi, in modo da rendere la notizia più accettabile sia moralmente che psicologicamente; in poche nella necessità di edulcorare l'orrore del mondo, compreso l’orrore del prezzo che si paga per compiere una buona azione.

Il problema di fondo e più urgente rimane comunque fin dove possa spingersi l'umana solidarietà e partecipazione. Chiunque continui a sperare, nonostante gli orrori, che il mondo possa migliorare grazie alla «rivoluzione della partecipazione etica», in atto in Occidente, deve poter rispondere alla seguente domanda: è immaginabile che delle persone dalla vita agiata si preoccupino a tal punto per quelli che vivono nel disagio da arrivare a fare qualcosa per alleviarne le sofferenze? Perché non basta guardare la televisione e commuoversi e, in circostanze particolarmente tragiche, come la Somalia, il Ruanda o l'Afghanistan, tradurre quell'emozione in un contributo ad un'associazione caritatevole, o in una lettera ad un politico in cui si chiede di far qualcosa. Per definizione, un simile interessamento, come le immagini televisive che tanto spesso lo provocano, è troppo selettivo, labile e intermittente per poter essere efficace. La crisi si esaurisce, il notiziario torna ad occuparsi esclusivamente di banalità quotidiane e quando si verifica la successiva emergenza umanitaria è come se fosse la prima volta.

 

1 Cfr. Escuela Popular “La prosperidad” di Madrid, “Tecniche di disinformazione – Manuale per una lettura critica dei media”, DataNews, 2004, op. cit. p. 31 – 32 e 35 – 36

2 Ryszard Kapuściński, “Il cinico non è adatto a questo mestiere” a cura di Maria Nadotti, Edizioni e/o, 2002, op. cit. p. 60 -61

3 Cfr. David Rieff, “Un giaciglio per la notte – il paradosso umanitario”, Carocci, 2003. op. cit. p. 45 e ss.

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