UN’INFORMAZIONE DIVERSA
Introduzione
È nell’informazione alternativa che risiede, per il Sud, la speranza di un accesso più equo agli strumenti della comunicazione, di un’informazione più affidabile e meno viziata, più completa e meno sporadica: in poche parole, di un’informazione più “autentica”.
Il concetto di informazione alternativa, negli anni passati, è stato proposto in diversi modi ed è stato spesso accompagnato dal sospetto di scarsa professionalità. L’informazione alternativa raramente si trova in edicola, perlopiù si diffonde grazie a oscuri periodici, sconosciuti al grande pubblico, pubblicati spesso con sacrificio da associazioni di volontariato, organizzazioni non governative o missionari e distribuiti in abbonamento postale; la stampa alternativa si acquista al in libreria oppure in strada, o sui piazzali delle parrocchie, venduta da strilloni disoccupati o homeless che così si guadagnano da vivere.
Eppure la rilevanza di una tale informazione non può più essere sottovalutata e, a volte sommessamente a volte più apertamente, si ricercano soluzioni alternative per implementare progetti di comunicazione significativi.
Il concetto di informazione alternativa1
Il concetto di ‘informazione alternativa' negli anni passati ha visto diverse interpretazioni. Due i significati principali:
- da una parte la creazione, l'elaborazione e l'uso di canali di comunicazione diversi - e, appunto, alternativi - rispetto a quelli del cosiddetto 'establishment': canali editoriali, canali radiofonici, canali audiovisivi, canali informativi in generale.
- dall'altra parte, per 'informazione alternativa' si intendeva un modo diverso di usare gli stessi canali ufficiali per raccontare un'altra verità, per offrire un'informazione differente.
Alternativa, quindi, rispetto all'informazione diffusa dalle fonti ufficiali; ma anche, in un senso più profondo, alternativa rispetto alla verità superficiale e alla mancanza di credibilità di queste stesse fonti. Dietro l'attività e l'impegno di chi intende proporre un’ informazione alternativa si ritrova dunque sempre una ricerca di verità, e molto spesso una analisi del concetto stesso di verità. L'obiettivo è quello di comunicare una verità più vera, con l'ausilio di elementi che non erano stati presi in considerazione, per trascuratezza o per malafede.
Possiamo cercare di chiarire il discorso facendo un esempio illuminante riguardo a questo strano rapporto tra verità e informazione. L'esempio è quello dei media event, cioè degli eventi caratterizzati da un grande dispiegamento di forze dell'informazione: la storia di Vermicino, con il bambino - il piccolo Alfredino - caduto nel pozzo, e gli inutili, a volte grotteschi tentativi di salvarlo, seguiti da una interminabile diretta televisiva; l'eccidio di Timisoara, in Romania, come momento esemplare del crollo dei regimi dell'Est, fra muri disgregati e bandiere bucate dal rogo delle ideologie; la prima guerra del Golfo, con lo spettacolo notturno dei cieli infuocati di Baghdad trasmessi in esclusiva dalla CNN; e naturalmente l’attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle.
Ebbene, proprio questi momenti di maggiore attenzione informativa corrispondono ai momenti di massima mancanza di credibilità dei media: i momenti dei grandi abbagli, delle solenni cantonate, delle spudorate bugie. I salvatori che non salvano, i morti che non sono stati uccisi, le armi chirurgiche che non sanno distinguere le cose dalle persone sono altrettanti esempi di verità relative, di informazioni condizionate pesantemente da scelte e da intenzioni politiche, di vere e proprie manipolazioni.
Anche in presenza di una grande ricchezza di informazione, si pone quindi l'esigenza di una informazione alternativa perché quello che conta non è la quantità, ma la qualità dell'informazione, come ricordavamo nella nostra introduzione. Anche in situazioni di ridondanza informativa, si può avvertire il bisogno di una verità alternativa: la verità degli altri, di coloro che non sono rappresentati dai mezzi d'informazione. Anzi, proprio nei momenti di maggiore presenza dei media si esaltano gli squilibri, si scoprono le deformazioni, si avvertono dolorosamente le esclusioni.
È così che torniamo al nostro Sud del mondo, poco rappresentato, mai soggetto, mai voce in prima persona, mai fonte della sua stessa immagine e quindi desideroso di offrire, con la propria voce, un'informazione alternativa rispetto a quella che di esso danno le fonti ufficiali - così poco credibili - dei Paesi del Nord. Una mancanza di credibilità che secondo osservatori autorevoli - come Ridha Najar, direttore del Centro africano di perfezionamento per giornalisti e comunicatori di Tunisi - non deriva soltanto dall'abitudine 'velinista' (ovvero dal vizio di una informazione addomesticata, che utilizza come uniche fonti le 'veline' del potere); ma anche da altri fattori, come la superficialità, l'incompetenza, o la presunzione che non ci sia bisogno di studiare i Paesi e le culture del Sud, l'arroganza di chi, avendo in mano le leve dell'informazione, crede di sapere tutto.
Nel caso - eclatante - della prima crisi del Golfo (1991) questa mancanza di competenza specifica dei giornalisti era avvertibile perfino dall'opinione pubblica occidentale meno sensibile. Da qui il richiamo a un atteggiamento insieme più responsabile e modesto, a una più prudente verifica delle fonti, contrapposta al mito della rapidità dell'informazione: "la verità può aspettare un quarto d'ora per le necessarie verifiche".
Uno dei rischi2
Quello della competenza e delle conoscenze specifiche è senz'altro uno degli elementi più importanti, quando si parla di informazione alternativa riguardo al Sud del mondo. La volontà di reagire all'immagine distorta e manipolata che viene proposta dai media dei Paesi industrializzati - e sovente riflessa, come abbiamo avuto modo di vedere, dallo stesso Sud - implica da una parte la competenza necessaria ad offrire elementi di conoscenza specifica delle diverse nazioni e della loro storia politica e culturale; ma vuol dire anche essere in grado di utilizzare i mezzi tecnologicamente più avanzati e qualitativamente migliori per rispondere – con la stessa capacità di impatto - ai potenti produttori d'informazione del Nord.
Non si tratta insomma soltanto di dare un'immagine più rispondente alla realtà dei fatti, ma anche di saper usare con competenza gli strumenti di comunicazione. Troppo spesso, chi intende offrire un’informazione alternativa, servendosi di canali diversi da quelli ufficiali, non possiede le capacità professionali e le competenze tecniche necessarie: con i risultati di approssimazione e dilettantismo cui ci hanno purtroppo abituati, anche in Occidente, le radio e le televisioni indipendenti.
Questo tipo di informazione alternativa, che di alternativo ha soltanto la mancanza di professionalità, è particolarmente dannoso: perché risultando poco credibile, e non essendo in grado di contrastare efficacemente i mezzi d'informazione ufficiali, finisce per rinforzarne l'azione, e rinsaldare la fiducia dell'opinione pubblica sulla 'verità' che essi rappresentano.
Il tema della professionalità è stato al centro di molte discussioni, nel nostro Paese, a cavallo tra gli anni '70 e '80: quando cioè - riguardo a tutta una serie di importanti vicende politiche - era apparsa chiara l'inutilità degli sforzi compiuti dagli operatori della cosiddetta informazione alternativa, la loro frustrante incapacità di contrastare fino in fondo la verità ufficiale. Dopo aver sostenuto per molto tempo che fosse meglio "essere rossi che competenti", si arrivava a pensare di dover rovesciare completamente l'impostazione, mitizzando l'acquisizione di una professionalità capace di risolvere ogni contraddizione. Ma il problema era - e rimane - quello di riuscire ad essere insieme competenti e rossi, cioè di non perdere per strada le ragioni del proprio impegno, e la capacità di vedere oltre la verità ufficiale, pur garantendo uno standard professionalmente elevato, a livelli comparabili - anche per qualità tecnica - con quelli offerti dai grandi mezzi di comunicazione.
I media occidentali avranno sempre la meglio sulla qualità scadente della comunicazione proposta dai Paesi del Sud del mondo, fino a quando non saranno posti di fronte alla sfida d'una informazione altrettanto ben confezionata, efficace, rapida e capace di impatto sul grande pubblico. Ma questo non si deve tradurre in omologazione di contenuti e di forme: l'obiettivo è quello di offrire una rappresentazione del mondo di segno diverso, attraverso un uso sapiente e creativo di tutti gli strumenti di comunicazione disponibili.
Supplire alle mancanze dell’informazione ufficiale 3
"Assassini con gli chéques” è la caustica definizione di Jean Ziegler. Ziegler – lo studioso ginevrino – ha un atteggiamento molto radicale nei confronti dello Stato capitalistico. Secondo lui, le pre-condizioni per un'efficace informazione alternativa sono due: la prima è il superamento del frazionamento che caratterizza la grande informazione. Nei nostri media si parla di dettagli, di casi, di eventi particolari, senza la capacità - e la volontà, sostiene Ziegler - di inquadrare questi avvenimenti in un contesto più ampio, che dia conto delle cause, delle motivazioni, dei legami esistenti, degli effetti possibili. L'operatore dell'informazione alternativa, al contrario, non deve rimanere legato al caso particolare, ma dimostrarsi capace di universalizzare, restituire il senso e le motivazioni più generali di quanto sta accadendo: rendere visibile, quasi palpabile, la relazione esistente - anche se nascosta dietro tante mediazioni - tra il bambino affamato, laggiù in Rwanda o in Somalia, e i conti correnti delle banche svizzere. Gli assegni come strumenti, tecnicamente intesi, di morte.
La seconda condizione per fare davvero opera di controinformazione, secondo Ziegler, è quella di “toglierci le catene dalla testa”: cioè cominciare a mettere in discussione le nostre stesse convinzioni e abitudini mentali. Per spiegarsi, e spiegare in modo alternativo il perverso meccanismo dei rapporti tra Nord e Sud del mondo, occorre una severa autocritica delle chiavi di comprensione che noi stessi abbiamo introiettato. I luoghi comuni che abitano la nostra testa, i valori che informano la nostra visione del mondo, per quanto profondamente radicati, vanno analizzati, messi a confronto con dati e fatti, proposti allo sguardo critico di nuove prospettive.
Solo così, rompendo il gioco, potremo scoprirne i meccanismi profondi, e far capire a tutti come funziona; entrare nella scatola nera normalmente preclusa dall'informazione ufficiale, che vorrebbe dar per scontato quel funzionamento. È il gioco dell'indagine, dell'esplorazione, dell'inchiesta, che caratterizza l'informazione alternativa legandola a una visione che potremmo definire 'classica' del ruolo della stampa e del giornalismo: pensiamo al cinema roosveltiano, ai film di Frank Capra, al film sul Watergate, "Tutti gli uomini del Presidente". L'indagine presuppone un establishment che preferisce restare sommerso, un nemico pronto a occultare la verità: per combatterlo, e smascherarlo, occorrono 'gole profonde' disposte a parlare; in altre parole, esperti, o dati esplicativi, che ci permettano di svelare i meccanismi, di presentare la realtà - nel nostro caso, la realtà del Sud del mondo e del suo ineguale rapporto con il Nord - in modo più corretto, o almeno meno manipolato.
Questa capacità di analisi dovrebbe permetterci non soltanto di proporre un'immagine diversa da quella offerta quotidianamente dai grandi mezzi di informazione, ma anche di convincere il pubblico - non attraverso chissà quali fascinazioni persuasive, ma rendendo disponibili strumenti critici per analizzare quello che accade.
Usare con competenza i mezzi di comunicazione vuol dire anche, come abbiamo accennato, scoprirne fino in fondo le potenzialità.
Se l'informazione ufficiale non è credibile, se ci sembra riduttiva e falsificante nell'uso dei suoi ‘potenti mezzi', non ci resta che imparare ad utilizzare questi mezzi; anzi, approfondirne le potenzialità, valorizzarne le capacità, farne appunto strumenti per un'informazione diversa - in grado di illuminare la realtà di paesi e culture lontane dalla nostra. Ma in grado anche di illuminare diversamente la nostra condizione. Quando infatti diciamo di sentire l'esigenza di un'informazione alternativa, sembriamo riferirci - come abbiamo fatto anche noi finora, per buona parte di questa ricerca - soprattutto alla povertà di strumenti conoscitivi riguardo al Sud del mondo, e alla conseguente immagine, sfocata e riduttiva, che ne viene offerta al pubblico del Nord.
1 Cfr. M. Ghirelli, “
L’antenna e il baobab - I dannati del villaggio globale ”, SEI, 2004, op. cit. p. 113-114
2 Cfr. M. Ghirelli, “ L’antenna e il baobab - I dannati del villaggio globale ”, SEI, 2004, op. cit. p. 114-115
3 Cfr. M. Ghirelli, “ L’antenna e il baobab - I dannati del villaggio globale ”, SEI, 2004, op. cit. p. 115-117